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Passione, caparbietà, legami familiari, base contadina. Sono partita da qui. Mio padre mi ha trasmesso la sua passione e i suoi valori. Mia madre è il mio punto di riferimento. Mia figlia è la mia forza.

Debora Castelli

LA NOSTRA STORIA

“Il vino è la risposta della terra al sole” (Margaret Fuller)

L’Azienda Agricola Castelli nasce nel 2000, anno in cui è stato impiantato il vigneto. Perfettamente inserita nel comprensorio del Lago di Bolsena, un territorio ad elevata vocazione vitivinicola, nel cuore della Tuscia, una terra ricca di storia e tradizione, in una posizione ottimale che risente anche della vicinanza del mare. Qui il vigneto, in armonia con il prezioso ecosistema, ha trovato la sua giusta dimensione dove amore del territorio, cura e rispetto delle leggi della natura, sapientemente unite ad una buona dose di caparbietà, hanno spinto Antonio Castelli, fondatore dell’azienda, a credere e a puntare su un prodotto di particolare pregio e qualità: il Canaiolo nero, una vite che sembra essere stata portata nella zona del lago di Bolsena da uno dei monaci-coloni durante il medioevo.
L’azienda, fondata da Antonio e ora gestita dalla figlia Debora è nata, dunque, dalla volontà di valorizzare e far conoscere le qualità del vitigno autoctono, il Canaiolo nero, in quanto patrimonio da conservare e promuovere, in un più ampio discorso di riqualificazione, recupero e valorizzazione del territorio e di questo prezioso vitigno.
“Nessuno ci ha insegnato a fare il vino ma, attraverso tentativi, sbagli, confronti e studi, usando la giusta dose di buon senso unita alla curiosità e alla voglia di imparare, abbiamo sperimentato fino a creare un vino che prima di tutto piaceva a noi”
Un prodotto di qualità, alla base del quale c’è la filosofia aziendale: fare una “buona agricoltura”, intelligente e rispettosa dell’ambiente in generale e della vite in particolare, la cui coltivazione e la cui lavorazione è stata tramandata di padre in figlio, di generazione in generazione secondo la maniera più semplice e genuina, in una sana e rispettosa convivenza con l’ambiente. Oggi Debora porta avanti il lavoro del padre, con la stessa passione e tenacia, vantando una produzione non di quantità ma di qualità, che ha fatto del rispetto della vite e del suo ciclo naturale la propria regola d’oro, scegliendo di utilizzare solo concimi organici naturali, in equilibrio con la natura, abbandonando, se non in condizioni climatiche particolari, le lavorazioni del terreno, intervenendo solamente quando la pianta ne ha bisogno. Da qui la scelta dell’inerbimento spontaneo e la raccolta dei grappoli senza l’uso di macchinari. Anche in cantina, nella fase di produzione, è ridotto al minimo l’uso dei solfiti e Debora controlla scrupolosamente l’intero processo produttivo, “accompagnando” le sue uve dal vigneto alla bottiglia.

LA STORIA DEL MARTINO IV

Simon de Brion, eletto Papa nel 1281 col nome di Martino IV, finì nel Purgatorio come testimonia Dante Alighieri nella Divina Commedia, per peccati di gola, condannato alla pena di purgarsi per digiuno dalle anguille di Bolsena e dalla vernaccia. Il Papa, di origine francese, elesse come sua residenza preferita Montefiascone, cittadina che proprio il lago di Bolsena domina dall’alto e quindi con vernaccia e anguille a portata di mano. Il sommo prelato ne mangiava, in effetti, in quantità industriale, tanto da morire per grassezza e indigestione del saporito pesce di lago, come scrissero storici pontifici nel 1300. Cinque secoli più tardi lo scrittore Niccolò Tommaseo citò un epitaffio che sembra fosse riportato sulla tomba di questo Papa: gioiscono le anguille perché giace qui morto colui che, quasi fossero colpevoli di morte, le scorticava.
Una leggenda che ancora resiste al tempo nelle campagne intorno allo “specchio” di Bolsena dice che colpevoli, i primi a indurre il Papa al peccato, mortale in tutti i sensi, furono alcuni pescatori e contadini di Marta, località sulle sponde a sud del lago. Questi “villici” gli fecero assaggiare dei lunghi e affusolati pesci catturati alla “Cannara”, una strettoia del fiume Marta, dove le anguille venivano pescate dopo averle costrette a passare in una strozzature tra le canne. Il Papa all’inizio si mostrò restio, perché quegli “esseri” assomigliavano ai serpenti, che all’epoca erano simbolo di peccato. Ma vedendo con quanto appetito ed energia i contadini ci davano dentro per far fuori quei pesci peccatori, cotti lì per lì alla brace, conditi con un filo d’olio e una foglia d’alloro e accompagnati con robuste sorsate di “leggiadro” vino rosso locale, finì per cadere in tentazione. Quel vino contadino definito vernaccia dagli astemi storici dell’epoca (quando si usava dare il nome del vitigno locale più diffuso a qualsiasi tipologia di vino della stessa zona) era in realtà un rosso fatto con uve canaiolo: manco a farlo apposta, Cannaiola
Una leggenda che ancora resiste al tempo nelle campagne intorno allo “specchio” di Bolsena dice che colpevoli, i primi a indurre il Papa al peccato, mortale in tutti i sensi, furono alcuni pescatori e contadini di Marta, località sulle sponde a sud del lago. Questi “villici” gli fecero assaggiare dei lunghi e affusolati pesci catturati alla “Cannara”, una strettoia del fiume Marta, dove le anguille venivano pescate dopo averle costrette a passare in una strozzature tra le canne. Il Papa all’inizio si mostrò restio, perché quegli “esseri” assomigliavano ai serpenti, che all’epoca erano simbolo di peccato. Ma vedendo con quanto appetito ed energia i contadini ci davano dentro per far fuori quei pesci peccatori, cotti lì per lì alla brace, conditi con un filo d’olio e una foglia d’alloro e accompagnati con robuste sorsate di “leggiadro” vino rosso locale, finì per cadere in tentazione. Quel vino contadino definito vernaccia dagli astemi storici dell’epoca (quando si usava dare il nome del vitigno locale più diffuso a qualsiasi tipologia di vino della stessa zona) era in realtà un rosso fatto con uve canaiolo: manco a farlo apposta, Cannaiola.
Oggi il nome del Papa viene omaggiato nella denominazione della Cannaiola di Marta, Colli Etruschi Viterbesi DOC, che Antonio Castelli, fondatore dell'Azienda e pioniere della Cannaiola, coadiuvato dalla figlia Debora Castelli, ha ripreso a produrre ripiantando il vitigno in una zona particolarmente adatta chiamata Rosicasasso, che a sua volta ha conglobato nel nome il vidneto stesso.
L’uva dunque ha radici antichissime e per questo rimane vaga l’origine del nome. Alcuni, rifacendosi a scritti millenari, riferiscono che le uve mature di canaiuola erano gradite persino ai cani. Altri fanno riferimento ai dies caniculares, i giorni più caldi riservati all’invaiatura, cioè al cambio di colore degli acini. Probabilmente merita più credito chi sostiene la derivazione dal fatto che le vigne erano tenute dritte dalle canne, molto abbondanti in terra lacustre.  
Vista la quantità di tempo trascorso, rimane misteriosa anche la zona d’origine del vitigno. Si dice, col solito beneficio del dubbio, che fu portato nella zona di Bolsena da uno dei monaci-coloni che nel Medioevo, anche dal centro Europa, calavano spesso nel Lazio tra Roma e la vicina Viterbo, per decenni anche sede papale.

I VINI

Martino IV

la Cannaiola di Antonio

Per questo vino così particolare è stato scelto un pittogramma che rappresenta la ricerca e la scoperta. Un omaggio ad Antonio Castelli, al suo carattere forte e appassionato, alla sua caparbietà e alla sua voglia di portare alla luce quanto si celava dietro l’impenetrabile velo delle leggende tradizionali. Un simbolo che rappresenta un percorso senza fine, quello della scoperta. Tutto ebbe inizio da qui... un uomo, Antonio, un vitigno antico, il Canaiolo nero. La passione per la terra e per le sue tradizioni hanno spinto Antonio a “riscoprire” questo dolce e prezioso vitigno da cui si è prodotta la Cannaiola, un vino dal sapore amabile, di colore rosso intenso, con una gradazione media di 14°. Il nome scelto per questo vino è “Martino IV”, un papa noto a Dante Alighieri per la sua voracità, tanto da meritarsi un posto nel Purgatorio, tra le anime dei golosi “… e purga per digiuno l’anguille di Bolsena e la vernaccia”. Attenzione... la vernaccia citata dal sommo poeta sembrerebbe essere proprio la cannaiola. La stessa definizione di vernaccia viene dal latino “vernaculum” che significa “vino del posto”. Inoltre, Martino IV elesse la sua residenza a Montefiascone, a pochi km da Marta.
“La vita è cosí amara, il vino è cosí dolce; perché dunque non bere?” (Umberto Saba)

Rosicasasso e

Granrosicasasso

Per questi due vini, che prendono il nome dalla zona in cui è stato impiantato il vitigno, si è scelto un pittogramma che vuole essere un omaggio alla terra: un terreno vulcanico in cui il vitigno ha trovato tutto ciò di cui aveva bisogno per crescere robusto. Il simbolo è quello della crescita e dell’infinito, come infinito è il ciclo della natura, che ogni anno si rinnova e rinasce a nuova vita. Se Antonio ha puntato alla tradizione, Debora ha guardato al futuro, lavorando all’antico vitigno del Canaiolo nero per ottenere, questa volta, due vini non dolci ma secchi. Il Rosicasasso e il Granrosicasasso sono la “versione secca” della Cannaiola. Si tratta di due pregevoli vini: la lavorazione del Rosicasasso avviene in botti di acciaio con l’intento di ottenere un vino morbido ed equilibrato; il Granrosicasasso, nato dall’evoluzione di quest’ultimo, si affina, maturando per più di un anno in botti di rovere francese.
“Non solo cannaiola ma poesia in bicchiere.”

Io e Lei

Un legame forte e profondo richiamato dal pittogramma: il filo rosso del destino, ispirato alla leggenda giapponese per cui, ognuno di noi, fin dalla nascita, porta con sé un invisibile filo rosso legato al mignolo della mano sinistra che lo lega alla propria anima gemella. E Debora ha voluto indicare in sua madre la propria anima gemella, la persona che le ha insegnato l’entusiasmo per la vita e che le ha dato le ali per volare. Tradizione, sperimentazione, innovazione: da queste parole chiave che caratterizzano la filosofia dell’azienda, si è giunti a questo particolare vino, un rosato nel quale Debora ha voluto ricordare il suo rapporto con la madre. Si tratta di un particolare vino ottenuto da uve Canaiolo nero, fresco e giustamente sapido. La lavorazione del mosto avviene senza alcun contatto con le bucce, per ottenere un colore naturale rosa tenue.
"Per ubriacarci di vita.”

Sonia

Per il pittogramma è stato scelto un simbolo che rappresentasse la nascita di qualcosa di nuovo e speciale: un segno che ricorda un fiore che aspetta di crescere. Per l’unico bianco di casa Castelli, Debora non poteva non pensare alla figlia. Il ciclo della vita continua e si rafforza: un passaggio di valori, tradizioni, affetti in un legame prezioso e unico quale può esserci tra una madre e una figlia. L’avvenire dell’azienda e quello di Sonia sono indissolubilmente legati: Debora crede nella sua azienda e si dedica al suo lavoro con passione e dedizione, trasmettendo alla figlia l’amore della terra e delle tradizioni. Le stesse che le sono state tramandate dalla sua famiglia. Il “Sonia” è un vino morbido, fresco dal colore giallo paglierino è ottenuto con uve autoctone del territorio: il Trebbiano. Raccolto verso la metà di settembre per avere una buona acidità, le uve sono pigiate con una pressatura soffice e fermentate in botti di acciaio.
“Lo specchio della mia vita, il calice della mia gioia.”